Ho raccolto ed elaborato alcune testimonianze, che resteranno anonime per volere mio e delle persone che me le hanno concesse. Sono tutte storie di persone ai margini della nostra società, persone sole, senza una fissa dimora, senza certezze, povere o semplicemente ormai troppo stanche. Soprattutto per questo le ho aiutate a credere che sia ancora utile parlare tra di noi, raccontare la nostra storia a chi vuole ascoltare, e io volevo conoscere la loro. Pubblicherò sul blog un ricordo a settimana, perché so che c’è qualcun altro ancora che vuole ascoltare. E grazie lo dico non a voi, ma a chi si è fidato di me per questo. Il mio primo desiderio è che io possa aiutarti almeno la metà di quanto tu hai aiutato me.
I.
Non mi ricordo che giorno é. Mi ricordo solo che sono giovane, non conosco bene nessun posto e non capisco a che mi servirà tutta questa mia energia. Sono femmina, e questo fatto da solo non significa niente, ma visto che sono femmina qui, significa sfortuna. La prima delle mie sfortune.
Mi ricordo un vecchio seduto su uno sgabello che dice a un bambino che la fortuna non esiste, e non esiste neanche la sfortuna. Se ci penso ora mi viene da stringere i pugni e batterli sulla prima cosa che mi capita, se ci penso ora penso solo a quanto privilegio tocca a quel vecchio per pensarla così. Alcuni maschi pensano da maschi e basta, ma anche le femmine esistono ed esiste la sfortuna.
Io esisto. In modo non troppo ingombrante, purtroppo. Neanche posso dire da dove vengo, o dove andrò e di certo non ho bugie per tranquillizzare i bambini. Niente bugie, questa é la mia seconda sfortuna. Non sono muta, io qualcosa lo posso dire. Ma se mentissi io neanche un bambino piccolo ci cascherebbe, quindi che lo faccio a fare. Io questo potere non ce l’ho. È tutto troppo chiaro qui, ed é troppo dura: questo é il punto. Immagina che sei con tuo figlio su una barca in mezzo al mare ed inizia ad entrare acqua, e tu sei una femmina e lui un bambino e ammesso che ce l’hai – ma chi puó chiederti di averne? – usi il coraggio e gli dici che andrà tutto bene. Quello ti guarda con gli occhi pieni di paura e mentre finite sotto l’acqua continua a guardarti senza aspettarsi niente da te. E te lo guardi e capisci che pure un bambino lo sa che succede quando sale l’acqua. Succede che l’acqua si prende tutto.
Che c’è da dire? Si capisce da solo. Tu sei solo una femmina, e lui é il bambino. E dove è finita tutta quell’energia? Perché non te ne danno mai abbastanza? Eccola qua, la mia sfortuna numero tre, che non c’ho la forza di salvare i bambini ma mi arrabbio lo stesso se sento un uomo dire che la vita é facile e la fortuna te la crei da solo. Ho il coraggio di dire a lui che non é vero quello che racconta, e non ho il coraggio di raccontare al bambino che affonda che si salverà.
Non si è salvato, e non è colpa del mare. La colpa è mia, che quando mi arrabbio tipo pugni all’aria e discuto con i vecchi, invece di esistere. Dovrei esistere, farlo meglio, farlo in modo più ingombrante, vergognarmi, dirvi da dove vengo e dove voglio andare e andarci.
Io vengo dalla Nigeria. Sono alta, bella, ho vent’anni e ho visto un bambino morire e quel vecchio ridere. E voglio stare in Italia adesso, ho già deciso. Ve lo dico un’altra volta: esisto anch’io. Esisto, esisto ancora. È questa, per ora, la mia unica fortuna.