Non smettete mai di provare a capire. Fare le domande non basta, bisogna anche cercare le risposte. E questo vale anche per le domande più ovvie, quelle che sembrano banali, quelle che conosciamo da una vita.
Magari ora pensi di conoscere quell’argomento a menadito: non importa, cerca con spirito critico di rivederne i contenuti e approfondirne il messaggio. Qualche volta, è questo il punto, la verità si nasconde. Di molte cose abbiamo una conoscenza scontata, ovvia, che non va più oltre l’apparenza. Molte cose non sappiamo neppure che ci sono, perché sono lì da così tanto tempo che non ci rendiamo più conto che sono proprio lì, e che magari lì ce le abbiamo messe noi.
Un sociologo americano, Garfinkel, usava, coi suoi studenti, degli “esperimenti di rottura” per svelare la realtà sociale. I suoi allievi erano invitati a comportarsi in modo difforme alle aspettative sociali (per es. potevano cercare di contrattare il prezzo di una capo che volevano acquistare in un negozio di abbigliamento) e ad osservare le reazioni di sconcerto e di rifiuto che ne sarebbero derivate. Le reazioni dimostravano che alla base delle quotidiane attività sociali ci sono delle regole precise, che rendono prevedibile il comportamento di chi le rispetta ed escludono chi non lo fa.
Sarebbe meglio dire che quello che mostravano veramente i suoi esperimenti erano i metodi attraverso i quali le persone in una società costruiscono delle regole di convivenza (pragmatiche, intersoggettive e “date per scontate”: questo è Schütz) a cui automaticamente si conformano, e si aspettano che anche gli altri lo facciano. Le aspettative reggono insieme la società tutta.
Secondo Garfinkel il sociologo deve studiare la società senza dar nulla per scontato, nessuno dei piccoli rituali della vita quotidiana, niente: perché ogni cosa dice molto di più di quello che ci sembra di sapere al suo riguardo, prima di studiarla con l’occhio critico ed esterno dello scienziato.
Specialmente oggi, che è così facile strumentalizzare ogni situazione, questo è di fondamentale importanza. Non saper vedere significa dover usare gli occhi degli altri, che possono essere occhi interessati, occhi disonesti. Ci sono realtà molto facili da fraintendere e fraintendimenti molto facili da sfruttare, e anche quando sono sfruttati a fin di bene resta un pericolo per l’autonomia di ognuno di noi.
Non sforzarsi di capire, in effetti, significa proprio questo: abboccare all’amo delle verità dei primi che ci convincono che le cose stanno come dicono loro, e non diversamente. In altre parole, se non cerchiamo di trovare noi la risposta alla nostra domanda, altri la troveranno per noi, e quella risposta ci potrà sembrare valida in virtù del fatto che non abbiamo scavato abbastanza in profondità, non siamo riusciti a cogliere la struttura che si nasconde sotto, e troppo spesso la struttura è una bugia.
Durante la grande rivoluzione industriale, J. S. Mill riportava il clima che vigeva all’epoca del dominio panottico, quando le disagianti condizioni di vita delle masse di lavoratori raccolti nei quartieri operai erano arrivate agli occhi dell’attenzione pubblica.
Questi problemi sociali venivano trattati esclusivamente dalle élite per i poveri, considerati alla stregua di bambini da controllare e indirizzare. Bambini, che non potevano capire quello che era giusto per il loro stesso bene, così toccava ad altri deciderlo per loro e imporlo successivamente loro.
È sempre così che funziona: se siamo troppo deboli per partecipare (nel prendere decisioni tanto come nello scoprire la verità), partecipano altri al nostro posto, decidono per noi; e se siamo troppo impegnati in altro, troppo disattenti o indifferenti il risultato non cambia.
Cercare di capire, partecipare, interessarsi e procedere nella direzione del cambiamento sono tutte cose strettamente legate tra di loro. Se smettiamo di farci le domande e di rivedere criticamente tutte le risposte (degli altri, quelli che hanno il potere di attuare le decisioni, ma anche le nostre, quelle troppo sbrigative) abbiamo perso in partenza. Possiamo solo lasciare che altri si occupino di noi come di bambini, e sperare – ingenuamente – che saranno per noi dei buoni genitori.
Serena Linari